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Gli economisti sovranisti, maschi bianchi arrabbiati che ci porteranno sull’orlo del default

Di Marco De Andreis

I maschi bianchi arrabbiati sono l’archetipo del sostenitore di Donald Trump. Siamo abituati a identificarli con gli emarginati dalla globalizzazione – ad esempio gli operai che hanno perso il lavoro nell’America di mezzo.

Ma c’è un altro tipo di maschio bianco arrabbiato tra i sostenitori di Trump, come racconta Paul Krugman sul New York Times e su La Repubblica. Si tratta di gente ricca e benestante, che chiunque ascriverebbe all’élite piuttosto che al proletariato. La rabbia, l’acrimonia, la frustrazione, ce l’hanno essenzialmente perché si sentono non abbastanza riconosciuti socialmente e allo stesso tempo minacciati nel proprio status dalle donne e dalle nuove generazioni.

È il ritratto dello stesso Trump e dell’uomo da lui scelto per occupare il seggio vacante alla corte suprema, Brett Kavanaugh. Ma è anche, a quanto pare, il ritratto di molti colleghi di Krugman, che di mestiere fa l’economista accademico. “Conosco – scrive – molta gente nel mio ambiente che trasuda risentimento perché non insegna a Harvard o a Yale, o che magari sta a Harvard o a Yale ma trasuda risentimento lo stesso perché non ha avuto il Nobel”.

E se fosse anche il ritratto degli economisti della maggioranza giallo-verde?

Sentite su Bloomberg Claudio Borghi, Presidente della Commissione Bilancio della Camera, spiegare in un inglese stentato che lui è contrario all’euro, ma l’uscita dall’euro non è nel contratto di governo. Peccato che, visto il ruolo che ricopre, ogni sua uscita anti-euro faccia salire lo spread – e chissà che non ci guadagni, visto che faceva il trader. Su wikipedia apprendiamo che è, o è stato, professore a contratto e giornalista pubblicista – insomma proprio il tipo che non insegna a Harvard o Yale, né scrive sul New York Times.

Nemmeno Alberto Bagnai, Presidente della Commissione Finanze del Senato, insegna a Harvard o Yale, ma fa il professore associato di politica economica all’Università di Chieti e Pescara. Pochi giorni fa, alla trasmissione Agorà lo hanno messo di fronte alla sua nemesi, Daniel Gros – un economista tedesco, direttore del Centre for European Policy Studies, l’incarnazione dell’establishment europeo. Date un’occhiata, fate caso al body language, e al linguaggio tout court, del Bagnai: trasuda non tanto la rabbia di Kavanaugh (qui nell’imitazione che ne fa Matt Damon), quanto piuttosto un sentimento di revanche puntuta, di supponenza puntigliosa che grida “mi avete tenuto ai margini per tutto questo tempo, adesso vi faccio vedere”.

E infine c’è il caso più preoccupante di tutti, Paolo Savona. Con quell’aria soave, sempre sorridente, avanti negli anni com’è, non sembra davvero arrabbiato. Ma sicuramente dentro Savona c’è un autostima smisurata e la voglia di dimostrare al mondo a qualunque costo (ahimè anche al costo di far fallire il paese) che ha ragione lui e che gli altri, anche se sono una maggioranza schiacciante, anche se sono il Washington (and Brussels and Frankfurt) consensus, non hanno capito niente.

Solo uno di penna facile e con un ego illimitato può buttare giù settanta pagine dal titolo “Una politeia per un’Europa diversa, più forte, più equa” ed essere convinto che rappresenti la svolta di politica europea e sperare che come tale venga accolta dai più. Tutti scrivono lo stesso romanzo, e quello di Savona è il romanzo della sua gioventù, quando c’era la lira e lui era in una Banca d’Italia che comprava i titoli pubblici nella quantità e al prezzo stabilito dal tesoro.

Lì vuole riportarci. Per il nostro bene, naturalmente – nel frattempo, da qui all’uscita dell’Italia dall’euro che tanto caldeggia, lui tiene 1.3 milioni di euro in Svizzera e detiene quote non trascurabili di una società di investimenti, Euklid, che non è escluso stia guadagnando sull’aumento dei tassi d’interessi sui nostri titoli pubblici. Dovuti, appunto, alle sparate anti-euro del governo giallo-verde.

Se il dibattito sull’euro fosse rimasto sul piano teorico, non ci sarebbe nulla di male a discutere da qui all’eternità di sovranità monetaria e di politica fiscale. Ma questi signori, con tutte le loro rabbie e le loro frustrazioni di essere ai margini accademici e politici, hanno trasposto la competizione nel mondo reale. E l’experimentum crucis siamo noi.

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