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Un ricordo commosso di Lucio Bertè e del suo laico apostolato nonviolento

Di Emma Bonino

Lucio Bertè, che è morto ieri a ottant’anni, è stato uno dei dirigenti radicali che nella sua lunga storia politica meglio ha saputo incarnare la teoria e la pratica della nonviolenza, con un rigore e un’intransigenza spesso difficili da comprendere e più ancora da corrispondere da parte dei suoi stessi compagni di partito. 

Da militante di strada, da organizzatore di campagne per i diritti degli ultimi e degli “indifendibili” e da eletto nelle istituzioni (è stato consigliere regionale in Lombardia), in tutti i suoi diversi ruoli Lucio ha rappresentato un riferimento tanto esemplare e rispettato, quanto irregolare e non riconducibile a categorie politiche definite. 

Dalle strade di Milano, all’aula del Pirellone e alle trincee di Osijek, dove nel Capodanno del 1992 con Marco Pannella, Roberto Cicciomessere, Lorenzo Strik Lievers e Olivier Dupuis trascorse la notte di Capodanno accanto alle forze di difesa croate, sotto i colpi dell’artiglieria serba, la sua figura ha sempre espresso un senso alto e ambizioso di laico apostolato politico, di cui tutti quelli che l’hanno conosciuto, a partire dalla sottoscritta, appresa la notizia della sua morte, possono rendere oggi una commossa e riconoscente testimonianza.
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