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Il lungo inverno sospeso del Regno Unito, travolto dal Covid e dalla Brexit

di Ivan Procaccini, coordinatore Più Europa Londra – Uk

La seconda ondata del virus SARS-CoV-2, così chiamata almeno da quei paesi che hanno avuto modo di conoscere una qualsivoglia discontinuità  in termini di severità e incidenza da Marzo a questa parte, si sta abbattendo in questo momento sull’Europa e sul mondo.

Tempistica poco fortunata per il Regno Unito, che si trova a fronteggiare una risalita vertiginosa di casi in un clima di crescente tensione politica, sia interna che estera, sul tema Brexit. Il 2020 del Paese si era già aperto in un’atmosfera di pericolosi stati di confusione tra priorità sanitarie ed urgenze demagogiche, con conseguenti scelte poco lungimiranti come il rifiuto nonchalant e ripetuto di adesione al PPE joint procurement scheme.

Oggi, con l’esperienza al netto dei fatti tutt’altro che positiva degli scorsi mesi, il Regno Unito sembra tendere con meno reticenza ad un allineamento alle direttive dell’OMS e allo stato di rinnovata allerta messo in atto nel resto del continente.

Cerchiamo quindi di fare il punto della situazione riguardo alle politiche e ai protocolli adottati finora dal Regno Unito, in comparazione (dove abbia senso farlo) con il percorso seguito fin qui dal nostro Paese.

Il quadro generale

Il sistema di test-and-trace britannico soffre di imperfezioni e carenze per molti aspetti simili a quelle del nostro sistema di tracciamento. In sintesi:

  1. Il governo britannico ha finalmente messo a disposizione un’applicazione di tracciamento (l’NHS COVID App) soltanto da questo Ottobre, in ritardo di diversi mesi rispetto alla maggior parte dell’Europa. Un confronto tra le funzionalità di quest’applicazione e quelle di Immuni è opportuno, e non può prescindere da considerazioni sulle differenze di interazione con il rispettivo sistema sanitario nazionale. Entrambe le applicazioni si basano su interfacce di programmazione standard concordate tra Apple e Google in primavera, quindi i presupposti tecnici delle modalità di tracciamento sono gli stessi. L’applicazione dell’NHS però, differentemente da Immuni, permette (tra varie altre cose) di mantenere traccia sul proprio telefono dei luoghi visitati ogni giorno -previa scansione dei codici QR esposti all’entrata dei locali- e, cosa forse più rilevante, di prenotare un tampone via app così che la segnalazione di un’eventuale positività, pur rimanendo questa una prerogativa dell’utente, possa avvenire senza necessità di un ulteriore intervento umano (vale a dire nessun bisogno di contattare la propria ASL di riferimento per comunicare il proprio codice identificativo).
  2. L’amministrazione Johnson ha confermato nel tempo il proprio favore nei confronti dell’elaborazione dei risultati dei tamponi da parte di privati. Si tratta di una scelta ampiamente criticata da esperti ed opinione pubblica, soprattutto per via degli enormi problemi insorti con alcune delle compagnie nominate per l’incarico, che si sono rese responsabili nelle ultime settimane di errori amministrativi non indifferenti e violazioni di dati sensibili.

La situazione delineata nell’ultimo punto ha contribuito ai drammatici ritardi nell’analisi dei tamponi, rallentamento che a sua volta ha verosimilmente contribuito ad orientare la strategia sanitaria verso un uso molto parsimonioso dei tamponi, almeno rispetto allo standard italiano.

Ad oggi, infatti, il tampone viene somministrato obbligatoriamente solo ai soggetti che presentino i sintomi del virus, e solo nel periodo della loro insorgenza (quindi niente secondo tampone alla fine del primo periodo di isolamento obbligatorio). Gli asintomatici, se presunti tali per via di una potenziale esposizione diretta al virus, sono tenuti ad isolarsi in casa per un periodo di 14 giorni dal momento del supposto contagio, senza accertare la presenza del virus nel proprio sistema con un tampone. Queste misure sembrano meno rigide delle loro controparti italiane, ma è opportuno sottolineare che esse rispettano in ogni caso gli ultimi criteri stabiliti dall’OMS (adattati a seguito di considerazioni sulla scarsità di equipaggiamento e tamponi, nonché sugli effetti psicologici riscontrati nei contagiati, a seguito dei periodi di prolungato isolamento).

In tutto ciò i britannici non lasciano dubbi sulle loro capacità di presentare dati ed informazioni in maniera precisa ed accessibile. Il sito del Governo e i suoi portali vassalli forniscono al cittadino ampie risorse per stare al passo con le ultimissime disposizioni e con l’andamento del programma di test-and-trace.

Dall’eccellente dashboard ufficiale “Coronavirus in the UK” si evince, per esempio, l’altissimo numero di tamponi somministrati giornalmente nel paese (circa 300.000), di comunque difficile correlazione con il numero di positivi identificati, proprio per via dei ritardi e delle discrepanze appena discusse.

Il sistema a livelli e le ultime novità

Nel corso degli ultimi giorni, il governo di Westminster ha introdotto un sistema di contenimento dinamico basato su tre livelli , assegnati ai diversi distretti di Scozia, Inghilterra, Irlanda e Galles, in maniera coerente con l’andamento dei contagi nelle zone di riferimento:

  • Medio (si parte in medias res) – limite di 6 persone per gli assembramenti al chiuso e all’aperto, con pub e ristoranti chiusi dalle 22;
  •  Alto – come il Medio, ma con divieto di incontro al chiuso con persone non appartenenti al proprio nucleo familiare (che include i coinquilini, chiaramente: friends are the family you choose);
  •  Molto Alto – divieto di incontro al chiuso (anche se si tratta di luoghi pubblici) con persone non appartenenti al proprio nucleo familiare, limite di 6 persone per incontri in luoghi pubblici all’aperto, chiusura dei locali che non servono cibo e possibili restrizioni sugli spostamenti imposte dalle autorità locali.

 

Il grande assente in questo mix di disposizioni straordinarie è l’obbligo di indossare la mascherina all’aperto, mancanza cui si aggiunge il fatto che, almeno nominalmente, le violazioni dell’obbligo in ambienti chiusi incorrono in sanzioni pecuniarie soltanto nel contesto dei trasporti pubblici.

Continua ad essere aggiornata, rispetto ai viaggi internazionali, la lista dei paesi nel travel corridor, quelli in arrivo dai quali si è cioè esenti dalla quarantena obbligatoria di 14 giorni. L’Italia è stata esclusa da questa lista domenica 18 ottobre: ai viaggiatori in arrivo dal nostro Paese è ora quindi richiesto l’auto-isolamento, una precauzione che lascia intravedere (con appena un pizzico di malizia) la volontà di distogliere momentaneamente l’attenzione dei più dalla gestione piuttosto precaria della crisi interna.

Per il momento, il governo e le autorità locali fanno affidamento sul senso di responsabilità del singolo affinché la quarantena individuale sia rispettata, ma è in corso di valutazione la possibilità che la Polizia britannica acceda alle liste dei soggetti sottoposti a quarantena per verificare il rispetto delle disposizioni d’emergenza. Questa ulteriore misura, che intuitivamente lascia spazio a controversie, richiederebbe in ogni caso un meccanismo di tracciamento a sé, parallelo a quello dell’NHS COVID App, in quanto il tracciamento effettuato dall’applicazione -come sappiamo- non registra i dati personali dei suoi utenti.

Considerazioni dalla capitale

Negli scorsi mesi, il Regno Unito ha offerto al mondo un chiaro esempio di come, affidandosi alle mani delle persone sbagliate (come Johnson e la sua amministrazione) nel momento sbagliato, una situazione grigia si possa trasformare in una situazione veramente drammatica. Nel caos della pandemia mondiale, il rifiuto sfacciato di fare squadra con l’Unione Europea per fronteggiare insieme un’emergenza di questa portata mette in luce la facilità con cui la misura della realtà si perda nella retorica e nella futile propaganda politica. La storia probabilmente giudicherà impietosamente l’incompetenza e la disonestà intellettuale di questi uomini.

Ad ogni modo, Londra, il cui livello di allerta è salito da Medio ad Alto lo scorso Venerdì, 16 Ottobre, si conferma come la sfida più grande per tutto il Paese. La vita è decisamente lontana dal fermarsi nella capitale, ma sta indubbiamente rallentando il suo ritmo: i locali chiudono i battenti alle 22, nel rispetto delle restrizioni governative, pur continuando opzionalmente ad effettuare consegne a domicilio dopo quell’ora, e la capillare campagna pubblicitaria di sensibilizzazione rispetto alle precauzioni contro la diffusione del virus (incluso l’incoraggiamento a spostarsi a piedi o in bici piuttosto che con i mezzi pubblici) sembra abbia sortito l’effetto sperato. Lo smart-working e il telelavoro sono ormai la norma, il principio di un cambio di paradigma nel mondo del lavoro -specie nell’area tech e finanziaria, le cui ripercussioni sono già visibili nei distretti storicamente ricchi di uffici (si pensi a Canary Wharf, meno pullulante che mai di uomini e donne in giacca e cravatta dietro alle vetrate dei grattacieli delle grandi banche). Non manca una straordinaria profusione di dispensatori pubblici di gel disinfettante a base alcolica, installati con stazioni dedicate in ogni angolo della città. Le vie del centro rimangono però affollate e restituiscono una parvenza di realtà sans-mask che comprensibilmente scoraggia i più prudenti. Rimangono per ora aperti anche cinema, musei, teatri e palestre, nello sforzo di tenere in piedi la normalità attraverso quello che si preannuncia essere un lungo inverno sospeso.

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