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Ristori o meno, il Covid fa emergere il grande scandalo di lavoratori in nero della ristorazione

di Alessio Spetale

Le immagini delle città devastate, delle vetrine rotte non possono oscurare le ragioni di chi in questi giorni scende in piazza pacificamente per esporre tutta la preoccupazione verso un nuovo lockdown. Le manifestazioni violente animate da gruppi organizzati di estrema destra, estrema sinistra e ultras, hanno purtroppo fatto più notizia rispetto a quelle pacifiche di migliaia di partite iva, bartender, camerieri, cuochi, lavapiatti, ristoratori, che rappresentano la spina dorsale di un settore economicamente fondamentale. Che è stato investito più duramente di altri dalle misure di contenimento del Covid e che ha fatto i sacrifici più pesanti: dal lockdown generale di marzo al dimezzamento dei coperti (quindi di incassi) in fase di riapertura, dal distanziamento interpersonale al divieto del servizio al banco.
Gli operatori della ristorazione furono tra i primi a dover avere quel “senso di responsabilità”, divenuto ormai un refrain costante di questo sciagurato periodo di pandemia.
La nuova chiusura anticipata alle 18:00 prevista dall’ultimo DPCM è purtroppo il colpo di grazia: nei fatti, si traduce nel dimezzamento del personale (camerieri, bartender, lavapiatti in primis, i cuochi riescono talvolta a salvarsi grazie al servizio da asporto che garantisce loro una sorta di continuità lavorativa), ma anche meno incassi. E dopo il primo lockdown, questo per molti si tradurrà in bancarotta.
La promessa di Conte e del governo è che con il decreto ristoro arriveranno i fondi per gli operatori dei settori coinvolti dall’ultimo DPCM.
Ma c’è un dramma nel dramma: questo è un settore nel quale il lavoro nero e/o grigio è all’ordine del giorno. Secondo una ricerca pubblicata dal Gambero Rosso, oltre la metà dei lavoratori del settore dichiara di non avere un contratto in regola. E così, spesso i pagamenti avvengono con i famosi 50 euro cash a fine servizio e, se fai il barman e sei fortunato, accesso illimitato ai drink.
Queste, in molto casi, sono tutte le tue garanzie.
Come faranno i lavoratori e le lavoratrici in nero dei settori coinvolti?
Potranno anche loro percepire gli indennizzi che diano loro stabilità economica in questo mese di chiusura, non essendo questi i lavoratori in alcun modo rintracciabili se non direttamente dal datore di lavoro?
Perchè il vero paradosso è che in Italia vengono puniti i lavoratori in nero, non chi li sfrutta (fino a 3 anni di galera). Inoltre, dal momento che per avere accesso al sussidio di disoccupazione occorre fare richiesta entro 60 giorni dallo scadere dell’ultimo rapporto di lavoro dichiarato, anche questa possibilità svanisce per chi lavora in nero da almeno 2 mesi.
Dunque quali sono le tutele per i bartender, i camerieri, i lavapiatti, i cuochi coinvolti?

Non ci sono, di nuovo, come a marzo. E non ci si venga a dire che la chiusura alle 18 era inevitabile, perché era evitabilissima. Ma da giugno ad agosto abbiamo tutti chiuso occhi, naso e bocca e fatto finta di niente, e anziché approfittare di quella fase di stallo per incrementare i tamponi, questi sono diminuiti sensibilmente. “Torneremo presto a riabbracciarci”, ci dicevano, mentre ora dobbiamo di nuovo penare per “Salvare il Natale”, anche se non è ancora chiaro di chi.
La pandemia ha evidenziato in modo netto le tante storture del mondo del lavoro, delle politiche sociali ed economiche miopi e dannose, e ora si presenta il conto per tutti: dagli studenti ai giovani lavoratori, fino a chi è a un passo dalla pensione.
Per il settore della ristorazione si sarebbe potuto prevedere un piano per evitare la chiusura delle attività: stabilire un numero massimo di coperti in base alla metratura del locale per garantire il distanziamento interpersonale e al contempo la libertà di movimento all’interno delle strutture, costante pulizia dei servizi igienici, ancor più rigidità per il rispetto dei protocolli HACCP, specialmente per quanto concerne la pulizia di stoviglie e superfici tanto in sala quanto in cucina e al banco, tampone obbligatorio per tutti i lavoratori e le lavoratrici a contatto col pubblico… Le alternative alla chiusura anticipata c’erano, bastava volerle vedere. L’auspicio è che queste proposte vengano prese in considerazione, quando il Covid allenterà la morsa sull’Italia.

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