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Un problema di equità esiste, ma non si risolve con la patrimoniale

di Piercamillo Falasca e Antonio Santoro

Diciamolo in modo chiaro e senza possibilità di essere frantesi. Oggi un problema di equità esiste. La pandemia ha acuito squilibri e aperto questioni con cui da troppo chi ha la responsabilità delle decisioni non ha fatto i conti: autonomi e partite senza tutele, lavoro nero o sottopagato al Sud, precarietà dei giovani.

A livello macroeconomico assistiamo oggi a due crescite parallele: spesa pubblica a debito e risparmio privato. Dall’inizio della pandemia con i decreti Cura Italia, Rilancio, Agosto e Ristori si sono spesi circa 115 miliardi. Contemporaneamente, il livello dei depositi sui conti correnti in Italia è cresciuto più o meno della stessa cifra.

Sono fenomeni correlati? Chiaramente non del tutto, ma è evidente che esista oggi un problema di “trasmissione” e che le attuali politiche non sembrano in grado di creare e distribuire nuova ricchezza.

Sebbene parta da premesse condivisibili, ovvero togliere qualcosa a chi non è stato colpito o è stato colpito meno dalla crisi per supportare chi sta sudando sette camicie, la proposta di patrimoniale “sui ricchi” da parte di Leu e alcuni deputati Pd sembra la solita reazione ideologica della sinistra senza idee. E questo perché racimola poco, fa fuggire grandi investitori, l’Imu sulle seconde case c’è già e persino il risparmio è già significativamente tassato.

Oggi con tutti gli ammortizzatori, aiuti e strumenti – anche europei – esistenti il punto vero non è un emendamento per recuperare qualche miliardo da far affogare nella voragine della spesa pubblica. Ma, piuttosto, immaginare e realizzare una riforma fiscale integrale che metta al primo posto tre obiettivi:
1. Detassare signififativamente il lavoro;
2. Semplificare il sistema delle aliquote IRPEF;
3. Favorire gli investimenti produttivi.

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