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La battaglia dei medici specializzandi è ormai una battaglia di tutti

Dr. Matteo Maria Artiano, membro del direttivo e membro fondatore di MUS

Ancora qualche giorno ed io insieme ad altri 23.755 colleghi “festeggeremo” ufficialmente il terzo mese dallo svolgimento del concorso per l’accesso alle scuole di specializzazione. Mesi in cui abbiamo tutti quanti vissuto un’altalena di emozioni, partendo dall’ eccitazione di iniziare a breve un nuovo capitolo della propria vita professionale. Ben presto però, i continui rinvii della pubblicazione della graduatoria definitiva (che, ad oggi, non è ancora tale!) e della conseguente assegnazione delle sedi hanno fatto sì che si insinuassero in noi sconforto, frustrazione, finanche rabbia; quest’ultima per lo più suscitata dalle continue frecciatine del Ministro Manfredi atte a sminuire non solo i ritardi, e le conseguenze da essi direttamente scaturite, ma anche, e soprattutto, tutti quanti noi appellandoci a più riprese come “studenti” e non professionisti quali invece siamo.
Ebbene, proprio questa rabbia ha rappresentato tuttavia la scintilla che ha portato alla nascita di un movimento unitario di medici come mai si era visto prima. Certo, la rivendicazione maggiore, che ha accomunato la maggior parte delle manifestazioni che si sono tenute nei giorni scorsi in numerose città, è stata costituita dalla richiesta di sbloccare al più presto questa situazione -divenuta ormai grottesca- essendoci la necessità per molti di doversi trasferire (talora anche da un capo all’altro dell’ Italia) in un contesto non certamente dei più agevoli, e per di più in un arco tempo piuttosto ridotto. Non bisogna ad ogni modo sottovalutare ed ignorare l’altro grande filone presente nelle suddette manifestazioni ossia l’arcinoto “imbuto formativo”.
C’è da sottolineare infatti che arrivati a questo punto non si tratta più solo di una lotta di categoria, (peraltro sacrosanta, considerato che il diritto alla formazione non dovrebbe essere precluso a nessuno in un paese civile) bensì di una lotta di tutti i cittadini. Difatti, questa pandemia ha scoperchiato il vaso di Pandora della sanità, mettendo in luce tutte le criticità di un Sistema prossimo al collasso e tenuto in piedi solo dall’impegno incessante del personale ridotto ormai all’osso. Non dobbiamo infatti dimenticarci che una volta superata -si spera a breve- questa emergenza sanitaria, verremo inesorabilmente travolti dalle conseguenze tutte quelle patologie croniche che in questi mesi sono state purtroppo messe in secondo piano. A dire il vero, i diretti interessati, ossia i pazienti, hanno già da tempo avuto modo di constatare la dura realtà dei fatti consistente soprattutto nell’allungamento delle liste d’attesa ma anche, in alcuni casi, nella riduzione della qualità delle cure ricevute dipendenti non dalla negligenza degli operatori quanto piuttosto dalla stanchezza degli stessi che si trovano costretti a coprire turni vacanti di tutti quegli Specialisti non formati (causa: la non-programmazione dello Stato negli ultimi decenni).
Come se tutto ciò non bastasse, bisogna infine dire che “i piccoli ritardi” -come ama definirli il “caro” Ministro dell’ Università e della Ricerca- stanno tenendo in ostaggio, si potrebbe dire, tutti quelli che come me da dopo il concorso si trovano COSTRETTI A RIFIUTARE incarichi di lavoro in vista di quella che sembra essere un’imminente presa di servizio, ma che continua ad essere prorogata, essendo le incompatibilità lavorative una delle mille assurdità che caratterizzano il percorso di specializzazione. E questo nonostante la mia voglia (come immagino anche quella dei miei colleghi) di poter mettere in campo le mie conoscenze e dare il mio contributo lì dove ce n’è un estremo bisogno.
Eppure sono qui, inerme, a casa ad ascoltare ogni giorno le notizie di persone sofferenti, di colleghi stremati, e di coloro che richiamati dalla pensione ci hanno rimesso la vita.
E mi sento impotente.

 

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