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Potevamo parlare della crisi dello spettacolo invece che del pubblico di Sanremo

di Stefano Rolando

Lo spazio mediatico assegnato al dubbio (e al relativo conflitto tra la Rai e il Ministro Franceschini)
se Sanremo 2021 può svolgersi (ai primi di marzo) con o senza pubblico e, in caso fosse “con”, se
sia adottabile la formula di 380 figuranti selezionati secondo le procedure di sicurezza anti-Covid,
sta sfiorando in questi giorni l’ampiezza delle notizie consacrate alla crisi di governo.
Ma dove sta la perdita di controllo della “notizia”? O forse si dovrebbe dire: dove sta la
macchinazione sviante (sviante la pandemia, la crisi socio-sanitaria, le dimissioni del governo, il
Recovery Plan al palo, e in ultima analisi il buon senso) che ci svela un paese parallelo capace di
costruire questo genere di “notizia” e vincere per giorni la partita dell’agenda setting?
Nell’impaginazione della discussione c’è stato posto per tutti: tv, industria discografica, critici dello
spettacolo, politica, ex-sottosegretari, filosofi sempre-in-scena. Da ultimo persino la comunità
scientifica. E anche per figure forse inventate apposta, anch’esse in qualche modo “figuranti”, che
fanno gli stupefatti, gli scandalizzati, gli indignati (malgrado una certa predisposizione, cerchiamo
di schivare l’arruolamento in questo ruolo) che mettono alcuni punti esclamativi per poi
permettere a tutti i protagonisti del duello di allungare il brodo con le “chiarificazioni”.

I punti fermi della discussione sembrano questi.

  •  D’accordo, Sanremo non è il bar dell’angolo che chiude o apre, che fa l’asporto o il servizio
    al banco. E’ la cinghia di trasmissione del sistema dell’industria dell’entertainment che,
    privata di palcoscenici e di pubblico in teatro, può restare in careggiata solo entrando nelle
    case dei cittadini via etere o via satellite.
  •  Il format di Sanremo è quello di identificazione del largo pubblico sia nel processo di
    condivisione dei “motivetti” (mi piace, non mi piace), sia nel “sogno” di essere una volta
    nella vita in diretta con le star delle proprio tempo e nel tempio piccoloborghese della più
    famosa rappresentazione dell’anno, il “teatroariston” (in cui è difficile immaginare che si
    reciti qualcos’altro nel corso dell’anno stesso).
  •  Il garante di queste due condizioni – in tempi di pace e in tempi di buriana – è sempre stata
    la Rai, che è l’editore della vicenda e al tempo stesso l’adattatore delle filosofie di
    interpretazione dello “spirito di Sanremo” ai temi sociali del momento. Dunque è la Rai a
    considerarsi il giudice dell’organizzazione della “funzione Sanremo” avendo tutti i requisiti
    per fare la cosa giusta.
  •  Il governo – nella persona del ministro della cultura, che è anche un azionista di rilievo
    politico dell’alleanza ora in “stress test” per la crisi – mette al di sopra di tutto ciò la
    sacralità della super-comunicazione pubblica rappresentata dai dpcm di organizzazione dei
    comportamenti durante la crisi sanitaria.
  •  Alla luce di questo ruolo non sindacabile, né dai soggetti sanitari né dai soggetti industriali,
    né dai soggetti mediatici, consegue che Sanremo è come il bar dell’angolo; che il modello
    comportamentale vigente rispetto agli eventi è di “non esserci” non di “esserci”; che la Rai
    non è la Cassazione dei format dove si celebrano le metafore di assembramenti ovvero di
    concentrazione di pubblici.

Con questo si spiega la sceneggiata in atto e l’inevitabile politicizzazione di una opzione che non
avrebbe avuto scampo nell’attuale contesto in cui è alle porte la terza ondata dominata dalla
variante inglese. Imbarazzante che le ultime battute della polemica avvengano con toni e minacce
che assomigliano al negoziato sulla crisi di governo: senza pubblico non si fa, con il pubblico non si fa, eccetera.

A buoni conti, dopo i giorni dell’arena mediatica il caso approda addirittura al CTS, sinedrio delle decisioni sulla pandemia, avviandosi alla soluzione “senza pubblico e senza eventi sociali”, considerando l’Ariston uno studio tv senza figuranti (Francesco Merlo commenta su Repubblica che in fondo il pubblico di Sanremo è sempre stato di figuranti, cosa che con quel che accade oggi necessità di discontinuità).

Resta il diritto di svolgere qualche chiosa, diciamo di rilievo pubblico (e anche politico).
1. La “sceneggiata” insomma è scappata di mano, cioè non governata in anticipo, sia alla Rai
che al Governo. Non era il caso di svolgere il confronto nei tavoli di concertazione che
regolano lo spettacolo e, nel rispetto del grave contesto di crisi in atto, di evitare il braccio
di ferro mediatico che ha preso queste proporzioni?
2. Non era il caso – sia da parte dei media che soprattutto dei soggetti responsabili della
cultura e dello spettacolo – di cogliere il tema per dar voce non metaforizzata al problema
della crisi del settore in cui agiscono una quantità di realtà, di soggetti, di talenti, di
speranze, di fatiche, di ambiti formativi in difficoltà, di progetti che possono immaginare di
avere Sanremo in aiuto della loro crisi profonda, non di essere – nell’unica occasione di
luce pubblica sulla crisi dello spettacolo – messi una volta di più fuori campo?
3. Non è venuto in mente a tutti i contendenti (forse perché non più propriamente giovanotti)
che non sono i “figuranti” in sala la connotazione corretta del pubblico di Sanremo perché
ormai Sanremo il suo pubblico ce l’ha, anche per scopi un po’ strafottenti? Nel senso che
la rete è ormai il pubblico di Sanremo, da quando i giovani fanno con Sanremo quello che
gli inglesi chiamano “il piacere del senso del colpa”, un po’ per sentire musica e un po’
soprattutto per scherzare sul trash (l’episodio di Morgan e Bugo del 2020 ha conquistato
una generazione).
4. E infine: non era il caso di collocare – nel rispetto per l’evento e per le sue connessioni –
questo Sanremo incastrato dalla pandemia, come è stato detto, come “specchio del
contesto del paese e non come un suo trastullo”?

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