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E’ il momento di federare liberali e riformatori

di Alessandra Senatore 
Perché federare liberali e riformatori?
Perché è urgente
Perché è proprio questo il momento
Urgente lo è già da tempo: gli ultimi anni sono stati drammatici sia sul piano politico che socio-economico e questo a causa del dilagare di due fenomeni regressivi per un’organismo sociale, perché inevitabilmente tendono alla degenerazione politica: il populismo demagogico e il sovranismo separatista.
In particolar modo i due ultimi governi sono stati la principale espressione di questi fenomeni:
– Da una parte attraverso l’attuazione di politiche sempre più basate sul debito pubblico improduttivo e sull’assistenzialismo, che è stato per decenni l’oppio del mezzogiorno e la principale causa del suo ritardo economico oltre che il concime per far crescere e proliferare un sistema di rapporti clientelari difficile da estirpare, e da cui discendo, appunto, fenomeni degenerativi come la corruzione ed l’inefficienza della PA.
– Dall’altra con proposte di riforma connotate e ispirate da valori tipici di una società retrograda e giustizialista,
– oltre all’utilizzo sempre più frequente di prassi di governo ai limiti dell’autoritarismo, vista la marginalità a cui più volte è stato relegato il Parlamento con l’alibi dell’urgenza dell’azione di governo.
Tutto questo mentre una delle principali forza di governo di ispirazione riformista, il PD, sembra aver abdicato alla matrice liberal socialista della sua identità, nell’insana strategia di provare a ricucire il proprio rapporto con quella parte del popolo di centro sinistra deluso e confluito un M5S sempre più fluido.
Chiaro che questa deriva fallimentare della politica nel nostro paese ha avuto inevitabilmente ripercussioni drammatiche sulla società non solo in termini di ingovernabilità – tra l’altro in un momento particolarmente delicato come quello determinato dalla crisi pandemica -, ma anche in termini di imbarbarimento complessivo, di abbassamento del livello culturale e civile che si riverbera nel dibattito politico e nella formazione dell’opinione pubblica.
Tutto ciò pone un’urgenza, di cui evidentemente i liberali devono farsi carico, non solo rilanciando quei valori che diedero vita alla rivoluzione culturale da cui il liberismo trae origini, ma facendo un salto evolutivo di concretezza, dando vita ad un’alternativa di governo credibile.
Sin dalle origini il liberismo, prima di essere un movimento politico, si è configurato come una rivoluzione culturale volta ad affermare i valori liberali nella società italiana, valori che trovavano sostanza in teorie politico-istituzionali fondate sull’affermazione dei diritti civili, sull’uguaglianza sociale – che oggi diventa soprattutto equità intergenerazionale -, sul primato delle istituzioni rappresentative, sulla tutela delle garanzie giudiziarie, sulla divisione dei poteri, e che riconoscevano nell’aspirazione al progresso economico e scientifico insieme alla diffusione della cultura nel mondo femminile e all’istruzione popolare, le leve per l’evoluzione civile del contesto socio economico italiano.
Oggi quei valori sono più che mai attuali e vanno rilanciati e riaffermati con forza attraverso azioni concrete mettendo in campo un’iniziativa politica capace di incidere sui processi di riforma che inevitabilmente l’UE ci richiede.
Ecco perché è proprio questo il momento di unire le forze liberali.
Il governo Draghi apre una fase storica di transizione ineludibile che potrebbe farci uscire dalla palude in cui gli ultimi governi hanno portato il nostro paese.
Le forze liberali di fatto hanno trovato nel sostegno a questo nuovo governo il collante utile a poter agire concretamente insieme, ed è questa l’occasione per costruire un progetto politico unitario che lavori a quelle riforme strutturali che il nuovo Presidente porterà avanti, lavorando a proposte di ampio respiro su come dovranno essere investite le risorse e su quale debba essere la struttura della governance del Recovery Plan.
I temi che dovranno essere posti alla base della strategia di governo saranno necessariamente temi propri della cultura liberale:
– debito buono,
– investimenti produttivi,
– transizione digitale,
– riforma fiscale e della giustizia,
– efficienza amministrativa,
– crescita e benessere sociale,
– sostenibilità ambientale
– e non ultimi atlantismo ed europeismo.
e quindi è questo il momento per essere più che mai protagonisti nel dibattito politico per incidere su quella transizione occupando lo spazio che si è aperto con una proposta unitaria che configuri un terzo polo, un’alternativa di governo al populismo di sinistra e al sovranismo di destra.
Se i liberali riusciranno a fare massa critica non solo si darà finalmente forma ad un’offerta politica credibile e a cui molta parte dell’elettorato italiano guarda da tempo ma che ad oggi appare ancora troppo frammentata, ma il fronte liberale assumerà un ruolo di player significativo in grado di incidere sulle future dinamiche politiche, sia diventando interlocutore affidabile per quella parte del centro destra che mal digerisce le derive sovraniste, ma la sua stessa esistenza potrebbe ispirare e riattivare la matrice liberalsocialista del PD, riportandolo sui binari di una politica riformatrice che lo allontani dal binario morto su cui il M5S lo sta trasportando.
In un siffatto scenario davvero si potrebbe immaginare di condurre un’esperienza come quella fatta da Renew Europe che ha aggrtegato attorno al progetto di Europa sovrana e democratica – in un’esperienza di successo – forze diverse: i liberali dell’Alde e il Partito Democratico Europeo insieme ad altri (En Marche, Italia Viva e Plus).
Come farlo?
Con un lavoro quotidiano di costruzione dell’identità: si fa attraverso il lavoro condiviso, il dibattito interno, i giusti compromessi sulle azioni e sulle scelte da compiere, solo così si può realizzare una larga condivisione attorno ad un progetto politico di largo respiro, non con le liste elettorali dell’ultima ora o con decisioni di fusioni a freddo.
Rispetto alle proposte politiche attorno a cui aggregare, è evidente che in una fase in cui, da più parti, sembra aver germogliato in modo più o meno opportunistico il germe dell’europeismo e del finto riformismo, i liberali debbano oggi qualificarsi e incalzare, con maggiore coraggio e ritrovata identità, su temi più squisitamente liberisti.
Bisogna parlare di libero mercato, di riforma del sistema fiscale e pensionistico, di liberalizzazioni e di concorrenza soprattutto in quei settori dove ancora lo Stato occupa una posizione ingombrante.
Perchè come dicevano due illustri liberali quali Enaudi e Sturzo “la libertà è unica, individuale e indivisibile e se viene negata in campo economico, presto o tardi, verrebbe a mancare anche in quello della politica e viceversa”.
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