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La sostenibilità come vocazione dei liberaldemocratici europei

Di Diana Severati

Si sente parlare molto in questi giorni di progetti per unificare l’area liberaldemocratica. +Europa, partito membro dell’ALDE Party, che al Parlamento Europeo ha il suo riferimento in Renew Europe (gruppo del quale fanno parte anche PDE, Renaissance e Alianta USR-PLUS), non può che essere tra i protagonisti di questo cantiere liberademocratico. Le libertà, i diritti, il mercato, lo stato di diritto e la sostenibilità sono da sempre i temi chiave che caratterizzano l’area.

In questo dibattito c’è bisogno di parlare della necessità di un partito ecologista liberale? La risposta è no, perché si tratterebbe dell’incarnazione di un vero ossimoro.

Il termine ecologista è infatti strettamente connesso alle riflessioni dei primi anni ’70 la cui pietra miliare è il rapporto del Club di Roma del 1972, intitolato I limiti dello sviluppo (The limits of growth, letteralmente I limiti della crescita): da quel documento, che sottolineava la limitatezza del pianeta e delle risorse, nacque un pensiero ecologista essenzialmente antisviluppista e foriero di una concenzione anti-industriale, che è proprio la negazione di una autentica visione liberale. Il rapporto Brundtland, pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED) del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, contiene per la prima volta una definizione del concetto di sviluppo sostenibile, ossia “uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

Nel 2000 il Consiglio Europeo di Lisbona ha fatto appello più in particolare alla responsabilità delle imprese nel settore sociale per quanto riguarda le buone prassi collegate all’istruzione e alla formazione, all’organizzazione del lavoro, all’uguaglianza delle opportunità, all’inserimento sociale e allo Sviluppo Sostenibile. L’impegno richiesto alle imprese era quello di fare dell’Europa “l’economia più competitiva e dinamica basata su una conoscenza dinamica, capace di una crescita sostenibile con migliori e più numerosi posti di lavoro e una maggiore coesione economica nel 2010”.

Il Consiglio Europeo di Lisbona ha preparato il terreno per l’avvio, da parte della Commissione Europea, di un processo attivo di dialogo e coinvolgimento finalizzato alla diffusione di comportamenti socialmente responsabili: nel Luglio 2001 viene pubblicato il Libro Verde “Promuovere un quadro Europeo per la Responsabilità Sociale delle Imprese” (in inglese Corporate Social Responsibility, o CSR). La CSR viene definita come “l’integrazione su base volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”, ben oltre il mero rispetto della legislazione vigente.

L’Italia, dopo gli Stati Uniti, è stato il primo Paese ad introdurre uno nuovo tipo di società, la benefit corporation, che va incontro alle necessità di imprenditori e investitori orientati verso un modello di impresa che risolva i problemi sociali ed ambientali, pur mirando al contempo a solidi risultati finanziari.

Nessuna ombra di teorie della decrescita o simili, ma un modo di intendere il business come forza positiva e di coniugare il capitalismo con la sostenibilità, che viene ad essere parte della mission dell’impresa.

La legge 28 dicembre 2015 n. 208 (legge di Stabilità 2016) all’art. 1 commi 376 — 382 introduce la possibilità di adottare la forma giuridica (che si distingue dalla certificazione) di Benefit Corporation, grazie all’emendamento 23.2000 che ha previsto l’inserimento del testo integrale del ddl 17 aprile 2015 proposto dal Sen. Del Barba.

Nel 2015 gli Stati Membri dell’ ONU hanno adottato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, composta da 17 obietivi e 169 macro-obiettivi, frutto di un percorso iniziato già nel 1992 con l’Earth Summit di Rio De Janeiro.

E’ da diversi decenni che i temi dello sviluppo sostenibile sono presenti nell’agenda politica ed il compito di un partito con un visione orientata in tale direzione è quello di declinarli nei propri programmi avviando iniziative concrete senza alcuna necessità di trovare nuove etichette.

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