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La lettera di Emma Bonino a La Stampa: ora la svolta tocchi Alitalia

Il direttore de La Stampa Massimo Giannini, domenica 28 febbraio, auspicava un “colpo d’ala” del Governo Draghi rispetto ai Governi Conte e all’inclinazione di molti partiti, anche di maggioranza, a ritenere che, cambiato il Presidente, non debba cambiare quasi nulla nella politica dell’esecutivo, né sul piano del metodo, né su quello del merito.
Allora, a proposito di colpi d’ala: negli ultimi vent’anni anni Alitalia ha chiuso per diciannove volte il bilancio in perdita. Questo risultato, cioè questa inefficienza cronicizzata a spese dei contribuenti italiani, non è stata la causa, ma l’effetto delle politiche di salvataggio e del principio, ormai invalso nella politica italiana, per cui Alitalia, in ogni caso, fa eccezione a tutto: alle regole del buon senso e del buon governo, alle normative applicabili in materia di aiuti di stato e ai principi della sostenibilità economica dell’attività d’impresa. Quindi, visto che Alitalia “non può fallire”, si trascina stancamente di fallimento in fallimento, rimediato ogni volta come capita, in attesa del successivo.
Ora che la vecchia Alitalia è legata al respiratore di aiuti pubblici che l’Ue non sembra più volere autorizzare e la nuova Alitalia (la newco Ita, a capitale pubblico) potrebbe subentrarvi direttamente solo derogando, ancora una volta eccezionalmente, ai principi della normativa europea, questo spinoso dossier è passato in carico al nuovo esecutivo, che ne porta per intero il peso, senza averne, in realtà, la minima responsabilità.
Come ha notato ironicamente l’economista Andrea Giuricin, che da oltre un decennio racconta con precisione le dimensioni finanziarie e le implicazioni politiche di questa vicenda infinita, la Nasa ha speso per mandare Perseverance su Marte poco più di quattro miliardi e poco meno di quello che il Governo italiano ha messo nell’ultimo anno sulla “vecchia” e sulla “nuova” Alitalia. E con i 9 miliardi stanziati e spesi negli ultimi 10 anni, anziché finanziare il perdita un’Alitalia reiteratamente fallita, i contribuenti italiani si sarebbero potuti comprare insieme Lufthansa e Air France- KTLM.
Il negoziato che in settimana il Governo dovrà condurre con la Commissione Ue riguarda aspetti delicatissimi, sia rispetto ai prestiti ponte concessi in precedenza, sia rispetto alle procedure di vendita degli asset di Alitalia, che il piano originario prevedeva semplicemente di consegnare a Ita, in deroga alle procedure di mercato previste dalla normativa europea.
Quella “discontinuità” tra la il prima e il dopo, che la Commissaria Vestager continua giustamente a esigere, oltre a rappresentare un vincolo per il nuovo esecutivo, può anche rappresentare un’opportunità per dare un segno di “discontinuità” più generale sul piano della gestione di dossier aggravati proprio dall’irresponsabilità politica.
Sono molto fiduciosa sul fatto che il Governo troverà il modo per gestire questo problema, che ormai è sul tavolo e non può essere rimosso, in modo tale da far rientrare in breve tempo anche il dossier Alitalia in un paradigma di normalità politica, economica e finanziaria.
Non è ovviamente sufficiente garantire che questo salvataggio sarà “l’ultimo”, perché tutte le eccezioni e le deroghe ultime sono destinate a diventare penultime e a perpetuarsi come regola. È necessario incanalare la soluzione di questa ennesima emergenza Alitalia in uno schema, che l’adegui in breve tempo agli standard normativi e politici europei e impedisca che rimanga un ricettacolo di rendite non solo ingiustificate, ma “diseducative” e un modello vizioso di risoluzione delle crisi industriali.
Quando nel suo intervento di investitura al Senato Draghi ha sostenuto che il “Governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente”, ha tracciato una rotta che deve essere fatta valere anche per Alitalia.

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