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Decidere sui vaccini è difficile, ma con più integrazione UE ci sarebbero meno pasticci

Di Giordano Masini

Dire che le decisioni intorno alle modalità con cui si contrasta una pandemia debbano essere solo di carattere scientifico – intendendo per “scientifico” solo il calcolo secco dei costi e dei benefici, come se la loro applicazione avvenga in vitro e non nella realtà – è tanto vero quanto purtroppo insufficiente a spiegare la complessità di fattori da cui invece le scelte non possono che essere condizionate.
Fattori che sono sociali, economici, politici, che hanno a che fare con la psicologia diffusa, con la farraginosità del sistema burocratico, e via discorrendo. In una situazione in cui ogni decisione, dall’uso delle mascherine ai lockdown, dal lavarsi le mani alle vaccinazioni, per essere effettiva deve essere necessariamente “di massa”, quindi applicata da tutti con lo stesso grado di enforcement, non si può non tenere conto della percezione diffusa del rischio, che quasi mai corrisponde con l’effettività del rischio calcolata su base statistica. Ad esempio, nonostante sappiamo perfettamente che i lockdown sarebbero più efficaci (e più brevi) al di sotto di una certa soglia di diffusione del virus, sappiamo anche bene che finché le persone non avvertono la prossimità del pericolo non sono disposte a cambiare le proprie abitudini.

Allo stesso modo sappiamo che oggi il livello di esitazione rispetto all’impiego di vaccini di nuova generazione concepiti e sperimentati in tempi più brevi del solito è alto. Possiamo pensare qualsiasi cosa, anche le cose più brutte, delle persone che esitano a vaccinarsi di fronte all’evidenza del rischio pandemico, ma chi si trova a prendere decisioni sui vaccini deve sapere che questa esitazione esiste, insieme a una moltitudine di altri problemi, e che questa esitazione può influenzare l’efficacia della campagna vaccinale. Cosa fare quindi di fronte alla notizia di alcune possibili reazioni avverse, anche molto gravi?

Si può evidenziare la differenza colossale tra il rischio di morire di covid e di vaccino, a fronte degli innegabili benefici del vaccino. Oppure si può sospendere cautelativamente l’uso del vaccino per alcuni giorni scommettendo sull’idea che questo contribuirà a tranquillizzare l’opinione pubblica, e che il ritardo che si accumulerà produrrà un danno minore rispetto alle rinunce spontanee a vaccinarsi. Naturalmente questa ipotesi prevede anche un’altra scommessa: la sospensione contribuirà a tranquillizzare e non ad allarmare ancora di più, e questa è una scommessa diversa a seconda del paese in cui si fa, e dal livello di fiducia dei cittadini per le istituzioni di quel paese.
Un conto, per dire, è farla in Germania, questa scommessa, un altro conto è farla in Italia. E poi le decisioni prese in ogni paese contribuiscono a inclinare il piano in tutti gli altri paesi: quanto sarebbe costato, in termini di esitazione vaccinale, non sospendere l’impiego di AstraZeneca, mentre in Germania, paese con istituzioni note per essere serie e affidabili, hanno scelto di sospenderlo?
Non ho una risposta, ma sono risposte che le istituzioni che hanno la responsabilità di contrastare la pandemia devono cercare quotidianamente, in un quadro che muta quotidianamente, anche rischiando di sbagliare quotidianamente. Su twitter, per dire, è invece molto più facile. Quello che invece appare più evidente in questa storia è che l’uniformità dei comportamenti durante una pandemia è auspicabile non solo tra gli individui, ma anche tra le nazioni.

Con una maggiore integrazione delle politiche sanitarie a livello di Unione Europea avremmo evitato più facilmente il pasticcio di questi giorni. Anche in questo caso di Europa non ce ne è troppa, come fa intendere Salvini stamattina sul Messaggero, ma troppo poca, e ancora più senso acquisisce la nostra petizione per la gestione europea delle emergenze sanitarie.

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