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La debolezza dei partiti e alcuni dubbi sulla riforma proporzionale del sistema elettorale

Di Nicolò Scibelli

Il sistema dei partiti in Italia è debole, e una riforma in senso proporzionale del sistema elettorale avrebbe l’effetto di indebolirlo ulteriormente.

Quanto al primo aspetto è utile prendere in considerazione pochi dati: il numero degli iscritti ai partiti – se si considera il dato aggregato – oggi è un ottavo di settant’anni fa. A titolo esemplificativo, il PCI nel 1946 contava circa due milioni e mezzo di iscritti, il PD nel 2020 ha di poco superato i quattrocentomila. L’astensionismo è aumentato senza sosta dagli anni Cinquanta: nel 1948 la percentuale dei votanti ammontava al 92%, nel 1994 all’86, nel 2018 al 73. Le donazioni economiche private ai partiti nel 2013 sono state complessivamente di 38,45 milioni di euro da persone fisiche e di 2,46 milioni da persone giuridiche, nel 2018 le prime hanno registrato una flessione del 38% e le seconde del 67. Secondo il Rapporto Demos del 2020 relativo alla fiducia degli italiani nelle istituzioni i partiti si collocano all’ultimo posto, dietro, tra gli altri, alle forze dell’ordine, al Comune, alla Chiesa, all’UE, alla magistratura, ai sindacati, alle banche e al Parlamento. D’altra parte, il successo delle nostre campagne referendarie, Eutanasia Legale e Cannabis, e la rapidità con cui in entrambi i casi è stata raggiunta e ampiamente superata la quota del mezzo milione di firme, sembrerebbero confermare che ad una evidente crisi dei corpi intermedi di rappresentanza non corrisponde una crisi della partecipazione democratica. La risposta si è rivelata estremamente positiva, peraltro, anche e soprattutto in una fascia di elettori che è tra le più diffidenti nei confronti dei partiti e della “democrazia elettiva”: circa la metà dei firmatari del Referendum Cannabis ha meno di 25 anni; circa la metà degli elettori under 25 non ha votato alle ultime elezioni politiche ed europee. Che alla crisi dei partiti non corrisponda una crisi della partecipazione democratica, inoltre, sembrerebbe confermarlo anche la proliferazione dei movimenti su alcune delle grandi questioni sociali della nostra epoca, in primo luogo sul cambiamento climatico e sull’ambiente, ma più in generale sui diritti – individuali e sociali – su cui si registra un incremento dell’attivismo, soprattutto tra i giovani, e delle mobilitazioni nell’ambito dell’associazionismo e del Terzo Settore.

Sul piano dell’analisi qualitativa si osserva quindi che i partiti si rivelano sempre più inidonei nell’adempiere alla propria funzione di corpi intermedi di rappresentanza democratica e di sintesi tra le istanze degli elettori e l’azione del decisore politico, favorendo in tal modo la proliferazione e il successo dei “capi” che si rivolgono direttamente al “popolo”, e quindi le molteplici degenerazioni del circuito democratico che sono state definite: democrazia del consenso, oppure  democrazia del pubblico, popolocrazia. Il sonno della politica, dovuto in primo luogo dalla carenza di leadership partitica, genera, infatti, capi con tendenze autoritarie. Esattamente come l’epilogo della Repubblica di Weimar ha generato Hitler, e in quel caso buona parte delle ragioni della crisi del circuito democratico possono essere rinvenute proprio nell’inadeguatezza dei meccanismi istituzionali e in quel sistema di “democrazia contrattata” con cui – in una logica consociativa e proporzionale, in presenza di un sistema partitico atomizzato – si tentava di non scontentare nessuna delle parti.

Anche nel caso italiano la debolezza dei partiti ha spesso facilitato la creazione di un ampio consenso intorno al capo di turno che, talvolta per un breve periodo di tempo, è riuscito ad instaurare un rapporto non mediato con una parte maggioritaria degli elettori: da Berlusconi a Renzi, a Salvini, a Conte. In tutti questi casi l’inizio del successo è stato preceduto da periodi più o meno lungo caratterizzati da forte instabilità politica dovuta, tra gli altri fattori, a sistemi elettorali troppo proporzionali e a conseguenti carenze di leadership. Anche la legge attualmente in vigore, prevalentemente proporzionale, funziona in una logica prettamente consociativa e proporzionalistica: non prevede vere e proprie coalizioni nei collegi uninominali, i partiti collegati tra loro non condividono un programma politico; non è quindi sorprendente che un giorno dopo il voto, in sede parlamentare, si vada ognuno per la propria strada. Se è vero che questa logica consociativa e proporzionalistica ha – in assenza di “vincitori” – rocambolescamente imposto Draghi a Palazzo Chigi, è altrettanto vero che prima di lui ha spianato la strada al governo dei due estremi, Lega-M5S. I quali, se si sommano le percentuali di voti da loro ottenuti nel 2018 (che superavano il 50%), al netto dei collegi uninominali, avrebbero avuto i numeri per governare insieme anche con il sistema più proporzionale del mondo. Il principale limite del Rosatellum sembrerebbe essere dovuto alla sua prevalente natura proporzionale e non, al contrario, alla timida quota maggioritaria. Non si superano gli estremismi rendendo ulteriormente debole il sistema partitico – che è la caratteristica di cui estremisti e populisti si nutrono – ma rafforzandolo, e intervenendo, piuttosto, sulla qualità della democrazia, la cui dimensione elettoralistica avrebbe urgente bisogno di essere integrata e rianimata da nuovi strumenti di democrazia partecipativa.

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