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Quota 100: un suicidio economico

di Paolo Costanzo

 

Nei suoi recenti interventi, Matteo Salvini ha affermato che “Tra le priorità della Lega nella prossima manovra finanziaria c’è quella di confermare Quota 100. Faremo le barricate davanti al Parlamento per difenderla”. Fortunatamente, il Consiglio dei Ministri, disinteressandosi del bieco interesse elettorale del leader della Lega, ha varato la legge di bilancio 2022 prevedendo una transizione di un solo anno da Quota 100 alla legge Fornero in versione integrale. In particolare, è prevista una Quota 102 “secca”, ovvero la possibilità di uscita nel 2022 al raggiungimento dei 64 anni d’età anagrafica e dei 38 anni di contributi per “traghettare” i lavoratori penalizzati dai nuovi requisiti richiesti.

Quota 100, varata dal Governo Gialloverde con la Legge di Bilancio 2019, ha determinato forti squilibri nelle dinamiche del mercato del lavoro oltre che nei conti pubblici. Vediamo perché.

Il sistema pensionistico del nostro Paese, organizzato secondo il criterio della ripartizione, è disegnato per fornire un flusso di pagamenti a chi: (i) ha cessato l’attività lavorativa per ragioni di età anagrafica (pensioni di vecchiaia) o di età contributiva (pensioni di anzianità); (ii) non è più in grado di partecipare al processo produttivo per una sopravvenuta incapacità lavorativa (pensioni di invalidità); (iii) è legato da rapporti familiari con persone decedute che hanno fatto parte della forza lavoro (pensioni di reversibilità); (iv) è sprovvisto di qualunque forma di reddito e non è in grado di lavorare (pensioni assistenziali).

In una situazione di equilibrio, le prestazioni pensionistiche erogate in un periodo dovrebbero essere finanziate dai contributi versati dai lavoratori e dai datori di lavoro. Nel nostro Paese, invece, lo Stato interviene ricorrendo alla fiscalità generale per compensare lo squilibrio annuo, di diverse decine di miliardi di euro, fra le prestazioni erogate e i contributi versati. Lo squilibrio è principalmente legato: (i) ad un trend demografico caratterizzato da un aumento dell’età media della popolazione, come riflesso di un aumento dell’aspettativa di vita, e di un basso tasso di natalità; (ii) ad un trattamento pensionistico molto generoso; (iii) ad un elevato livello di evasione fiscale e contributiva che si trascina oramai da diversi decenni.

Prima della riforma varata dal Governo Amato nel 1992, il trattamento pensionistico era determinato dallo stipendio percepito negli ultimi cinque anni di lavoro, con un tasso di rendimento medio pari al 2 per cento annuo (cosiddetto metodo retributivo). In tal modo, si è venuta a creare una forte dissociazione tra contributi versati e pensioni percepite determinando il ricorso alla fiscalità generale e lo scompenso intergenerazionale.

Con la riforma Dini del 1995, che introdusse criteri di determinazione delle prestazioni secondo criteri prettamente attuariali, anche se con un periodo di transizione molto lungo, si realizzò il passaggio dal criterio retributivo a quello contributivo che iniziava a garantire l’associazione tra contributi versati e prestazione pensionistica erogata. La riforma Maroni del 2005 (legge delega 243/2004) e la tanto avversata legge Fornero (n. 214/2011) hanno, tra le altre cose, innalzato l’età pensionabile, indicizzandola alle aspettative di vita. Secondo le stime ufficiali italiane elaborato dalla Ragioneria generale dello Stato (RGS), le riforme realizzate fino al 2018 avrebbero condotto a una relativa stabilità del rapporto tra spesa pensionistica e Pil. Queste previsioni sono però basate su stime piuttosto ottimistiche circa il tasso di crescita della produttività (1,5%) e dell’occupazione (10% entro il 2040). Recenti studi svolti dal Fondo Monetario Internazionale e dal WGA (Working Group on Ageing), dipingono uno scenario futuro differente, con aumenti della spesa pensionistica di 4 punti percentuali entro il 2050. A seguito dell’introduzione di Quota 100, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che l’incidenza della spesa pensionistica sul Prodotto interno lordo, senza tenere conto dell’effetto Covid, supererà il 18% per poi assestarsi nel 2070. Al riguardo, la Ragioneria Generale dello Stato, solitamente più ottimista nelle sue analisi rispetto al FMI, ha segnalato una incidenza della spesa pensionistica sul PIL nella misura del 17% per il 2020 e intorno al 16,5% fino al 2045 (si pensi che la sanità e la formazione incidono per meno del 6%).

Vi è poi un ulteriore effetto distorsivo emerso da un recente studio condotto da alcuni economisti di Banca d’Italia. In particolare, nel nostro Paese si sta verificando un fenomeno paradossale che i Populisti sottovalutano o non ne comprendono la portata: vi sono diversi settori dell’economia del nostro Paese che denunciano difficoltà a reperire personale nonostante si registri un numero di occupati ai minimi storici. La quota di occupazione in proporzione alla popolazione adulta è scesa nel 2020 al 58% circa e la riduzione non è spiegabile solo dalla Pandemia, ma anche da Quota 100.

Gli economisti di Banca d’Italia hanno appurato che il tasso di occupazione naturale del nostro Paese, ovvero quello depurato delle oscillazioni temporanee dei cicli economici, è sceso in gran parte a causa di un aumento dei flussi di pensionamento indotti da una riduzione temporanea nei requisiti di accesso alla pensione. Questo effetto si somma alle stime demografiche che vedono un crollo di circa 6 milioni di persone in età di lavoro entro il 2040.

Quota 100 si rivela sempre di più un suicidio economico: oltre a pesare sulle casse dello Stato incidendo sull’aumento della spesa corrente ha ridotto la capacità produttiva del Paese riducendo la popolazione in età di lavoro.

 

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