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Perché “verde e digitale” sono “cosa nostra”, mentre la politica troppo spesso rimane a guardare

Di Anna Lisa Nalin

La risposta è piuttosto semplice: perché in Italia da qui al 2025 tra i 2,2 e i 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro richiederanno competenze green o digitali. Si tratta di 6 su 10 lavoratori, circa il 63% del fabbisogno complessivo espresso dalle imprese entro i prossimi 4 anni, incluso turnover (dati presentati da Unioncamere a Job&Orienta, studio Censis Confcooperative, Sole24ore, oltre ad altre fonti). E, per continuare, perché il PNRR ha allocato circa 70 miliardi per sostenere eco-sostenibilità e digitalizzazione.

Il che significa che il futuro del nostro Paese, ma anche di tutti noi, si gioca su un nuovo campo, poco conosciuto sino a ieri e che, ad oggi, rimane una galassia ancora da decifrare. Se di questa galassia conosciamo i contorni, ora dobbiamo profilarne tempestivamente i contenuti in modo che transizione ecologica e sviluppo sostenibile non rimangano parole poco comprensibili.

A trainare il cambiamento sono fatti oggettivi in primis EMERGENZA CLIMATICA, INQUINAMENTO e SURRISCALDAMENTO del pianeta.

Temi come ENERGIA (e relativa decarbonizzazione) MOBILITÀ, RIFIUTI (dalla raccolta allo smaltimento effettivo) sono concetti entrati nella comprensione comune e su cui +Europa intende confrontarsi con sempre maggiore attenzione e competenza.

E’ il COME, ovvero i processi applicativi, che devono essere messi a fuoco ed implementati per attuare un cambiamento socio-economico dalle dimensioni epocali ed ineludibile.

Qui ci può aiutare il MERCATO, o meglio, le dinamiche del mercato del lavoro: sono richieste nuove figure professionali (a tutti i livelli e per svariate filiere) in grado di intervenire, gestire o sviluppare processi e strategie ecosostenibili.

Mario Draghi e il governo da lui guidato stanno mettendo grandi sforzi, competenze ed energie in questa sfida che è generazionale, ma non solo. Molti partiti, invece, cosi come diverse forze sindacali rimangono a guardare o, ancor peggio, tentano di tutelare interessi consolidati nell’ “era passata”, purtroppo non più attuali né ora né in futuro.

Man mano che il nostro PIL rimbalza sempre più in alto (siamo alla previsione di un 6,3% rispetto il 4% circa di inizio anno) le imprese richiedono non solo profili green per l’edilizia e riqualificazione abitativa (tecnici, ingegneri, installatori di impianti, idraulici) ma anche tecnici per gestioni di reti, sistemi telematici, chimici, operatori turistici e commerciali, operai ed artigiani.

Non sono da meno le competenze digitali richieste trasversalmente: Itc, analisti, progettisti software, ingegneri energetici, meccanici. Molto e sempre più ricercati, dunque, i profili STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) ma anche i diplomati negli Istituti tecnici o con formazione terziaria ITS. E se la transizione investe appieno le nuove generazioni, non lascia neppure indietro quelle più datate che saranno in grado di riconvertire le loro capacità attraverso importanti percorsi di formazione continua.

Il dado è tratto, dunque.

Adesso servono progetti, programmi di formazione e, soprattutto, un cambiamento di mind-set per raccogliere le opportunità già reali sul mercato. I 70 miliardi dedicati ai capitoli dell’innovazione green e digitale provenienti dall’Europa attraverso il PNRR (detto meglio Next Generation Europe che di miliardi ne annovera complessivamente 191,5) sono un incentivo irripetibile.

Ambiente, economia, lavoro e società ne beneficeranno se saremo in grado di accompagnare la svolta green e digitale per il nostro Paese.

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